L'educatore sociale in un mondo globalizzato
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Verona, il bullismo, la violenza, il vuoto...Cosa dicono gli educatori?

Last Update: 10/5/2008 10:43 PM
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10/5/2008 10:43 PM
 
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Invito a partecipare alla Blog Marathon inaugurata il 2 ottobre, giornata mondiale dell'educazione sociale
Gentili socie e soci ANEP,
gentili educatrici ed educatori,

siamo lieti e commossi nell'annunciarvi che per la prima volta quest'anno si celebra il 2 ottobre la GIORNATA MONDIALE DELL'EDUCATORE SOCIALE, un'iniziativa voluta da AIEJI (l'Associazione Internazionale degli educatori Sociali) e sostenuta da ANEP.
Vi inviamo qui di seguito il messaggio di Benny Andersen, Presidente di AIEJI, in italiano, inglese, francese e spagnolo e vi invitiamo subito a partecipare alla BLOGMARATHON cliccando su anepnazionale.blogspot.com/
Si ringraziano Elisa Martinez, Cristiano Zancarli e Marina Testi per le loro preziose e puntuali traduzioni!

ANEP Area Relazioni Internazionali



Gentili educatrici/educatori di tutto il mondo,

per la prima volta AIEJI (l'Associazione Internazionale degli Educatori Sociali)lancia la GIORNATA MONDIALE DELL'EDUCATORE SOCIALE , che ricorrerà ogni anno il 2 ottobre.
Per questa occasione apriamo una BLOGMARATHON con tre temi (ma se ne potranno proporre altri... e speriamo che ciò accada!) in cui tutti gli educatori di tutto il mondo potranno esprimersi, confrontarsi, scambiare idee e opinioni.
I primi tre temi proposti sono:


1. Lavorare come educatori

2. L'educatore in un mondo globalizzato

3. Educatori scrivono e scrivono di educatori


Vi invitiamo a visitare i blog, inserire le vostre riflessioni e condividere questo prezioso strumento con chi pratica l'educazione sociale come professione con tutti i vostri colleghi, conoscenti, studenti.
Ci auguriamo che questo blog, che si apre il 2 ottobre ma resterà aperto anche nei prossimi mesi, possa contribuire a far crescere la riflessione e lo scambio sui temi più sfidanti che la nostra professione sta attraversando.
Leggiamoci e incontriamoci sul BLOG anepnazionale.blogspot.com/!


Benny Andersen

Presidente AIEJI
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9/15/2008 4:04 PM
 
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L'intervento degli assistenti sociali sul tema della sicurezza
Vi invitiamo a leggere nella home page del nostro sito il documento che l'Ordine degli Assistenti Sociali ha inviato al Governo sul tema della sicurezza. Ci auguriamo ossa essere da stimolo per nuovi interventi e riflessioni anche da parte degli educatori...Qui di seguito il primo pezzo del documento, come invito a leggerlo in modo più approfondito...

"Con il presente documento, questo Ordine professionale intende rappresentare la preoccupazione degli assistenti sociali italiani per gli scenari che sembrano aprirsi con gli attuali orientamenti sul tema della sicurezza, così come emersi dal dibattito politico e tradottisi recentemente in alcuni provvedimenti normativi.
La delicatezza e la complessità delle questioni inerenti la sicurezza dei percorsi esistenziali delle persone e delle loro comunità di vita, contrasta con quella che sembra essere la attuale tendenza a semplificare fenomeni e dinamiche sociali complesse che, invece, richiederebbero una prospettiva esplicativa più ampia e articolata.
E' in questo senso che ci sembra importante far sentire, su tali tematiche, la voce di una professione, quella di assistente sociale, che ha sempre operato per contribuire alla affermazione dei diritti di cittadinanza e alla realizzazione di una maggiore “sicurezza” di vita per i cittadini...." Continua nella home page del nostro sito www.anep.it
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7/1/2008 4:44 PM
 
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“…la pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti... fare i lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono…Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo ne’ uno scopo ne un posto, non abbiamo la grande guerra ne’ la grande depressione…La nostra grande guerra è quella spirituale!...La nostra grande depressione è la nostra vita…Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star... ma non è così! E lentamente lo stiamo imparando e ne abbiamo veramente le palle piene…”... realtà...

primo messaggio.... Ciao a tutti!!! [SM=g7637]
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6/7/2008 10:29 PM
 
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LA DOMANDA DI RASSICURAZIONE PUÒ NON INVESTIRE I SERVIZI?
Riceviamo da Enrico Miatto (educatore del Veneto) questo contributo alla discussione, che volentieri pubblichiamo:

Uno dei cambiamenti più significativi che ha coinvolto i servizi in Italia e che ha contribuito a modificare il sistema di welfare in una prospettiva di welfare mix riguarda, di certo, la significatività dei servizi declinati in questi ultimi anni, nella loro specificità sanitaria e sociale, come servizi alla persona.
L’impegno delle politiche per la persona, nonché il lavoro teorico e pratico svolto a sostegno di questa evidenza rappresentata dalla congenericità dell’essere persona, ha permesso il superamento di approcci parcellizzati e talvolta riduttivi alla presa in carico delle problematiche che caratterizzavano chi ai servizi si dirigeva e ad oggi si rivolge.
Sullo sfondo di trasformazioni di carattere strutturale che hanno permesso l’affermarsi del principio di sussidiarietà e il consolidamento del lavoro sociale, è cambiata negli ultimi anni la modalità di attendere alla persona all’interno dei servizi.
Ciò perché, come si evince dalla prassi quotidiana del lavoro sociale e socio-educativo, la necessità di dare una istantanea risposta ai bisogni e alle emergenze personali non può trovare, sempre e comunque, una risposta immediata.
Credo che in questo senso si sia modificata qualitativamente la risposta che gli operatori del sociale riescono a dare ai bisogni complessi delle persone “utenti”. In altre parole, l’esigenza di superamento di un approccio medico focalizzato sul problema, ha progressivamente lasciato il posto a un più ampio modo di risposta dei servizi alle necessità delle persone in difficoltà.
Si è infatti riscontrato che, il riferimento a un più ampio raggio d’azione quale quello del progetto di vita o semplicemente la messa in atto di una prospettiva di rete in grado di coinvolgere la persona secondo logiche ecologiche dello sviluppo umano, è spesso funzionale ad una risposta più efficace ai bisogni della persona. È dire, a bisogni complessi e mai stati non tali, si è cercato di rispondere, in questi ultimi anni, in modo complesso attivando progressivamente le risorse del singolo e della comunità in cui vive.
La trasformazione avvenuta, del modo di dare risposta personalizzata ai bisogni di riconoscimento delle persone in stato di vulnerabilità, non ha tuttavia lasciato ai margini la difficoltà, né del lavoro di care, né tanto meno del lavoro educativo ancorato su una relazione significativa facente appello ai cardini principali di una relazione definibile come tale. Cardini questi, riconoscibili nella disposizione dell’uomo ad affidarsi e ad essere educato, nella responsabilità dell’educatore vocato (professionalizzato?) ad accompagnare l’educando nei suoi percorsi di realizzazione di sé, e nell’intenzionalità condivisa di un progetto da co-progettare in vista di un fine comune recuperabile nella traiettoria del benessere personale.
Sulla base di un mandato migliorativo dell’esistenza umana i servizi alla persona hanno perseverato nel dare risposta alle necessità personali. La convinzione che ha guidato tale agire, è rintracciabile nella consapevolezza che il riconoscimento dell’altro da sé è imprescindibile e che tale imprescindibilità non può non coinvolgere l’istituzione. Questo perché solamente il passaggio istituzionale è in grado di legittimare il lavoro sociale attraverso le pratiche di inclusione e il riconoscimento primo di una cittadinanza che da “passiva” si fa attiva.
Davanti ad un panorama dell’intervento sociale e socio-educativo, così brevemente ed ingenuamente descritto, prende avvio oggi una questione particolare relativa, per un verso ad una emergenza del momento, per l’altro ad una questione che sempre ha accompagnato il lavoro sociale ma che, con tutta probabilità, è stata gestita attraverso categorie di risposta identificabili con termini quali bisogno, necessità, emergenza, urgenza, impellenza, improrogabilità, ecc. Si tratta della questione della sicurezza.
La domanda che mi sorge, in merito a tale questione, va nella direzione del chiedere se la sicurezza rappresenta davvero una emergenza del momento o se, invero, è arrivato il tempo per ri-pensare il tema della sicurezza all’interno dei nostri servizi. Ri-pensarla, dunque, non tanto in termini di sicurezza pubblica, quanto in termini di sicurezza sociale e ancor di più di pubblica percezione di sicurezza sociale.
L’importante riflessione che Franca Olivetti Manoukian solleva, in merito al tema della sicurezza, ha a che vedere, a mio avviso, non tanto con il bisogno della sicurezza in sé, quanto con la necessità di rassicurazione che la nostra società in qualche modo esprime, attraverso le sollecitazioni quotidiane che emergono all’interno e soprattutto all’esterno dei servizi.
In tal senso, il ri-pensamento della questione della sicurezza in ordine al bisogno di rassicurazione derivante da una prospettiva sociologica che descrive ed interpreta il quotidiano umano secondo le categorie del rischio (Beck), della flessibilità (Baumann) e dell’io minimo (Lash), coincide con la necessità di orientare le pratiche di risposta personalizzata ai bisogni delle persone perseguendo, come sostiene Manoukian, una prospettiva dialogica.
Intraprendere tale prospettiva equivale a non banalizzare la questione della sicurezza, né tanto meno a stigmatizzarla o assecondarla. Significa, bensì, ri-pensarla a partire dai fondamentali della persona, tentando di migliorare e perseguire alcune piste di lavoro sociale ed educativo, ognuna delle quali, contribuisce a sviluppare e a sostenere l’identità della persona stessa.
Si tratta in primis della pista etica. Della questione dei valori che sostengono e sottendono le pratiche quotidiane dei servizi nei quali, lungo l’asse processo-prodotto, tipico delle organizzazioni profit, vi è la necessità di inserire percorsi e soprattutto di ancorare esperienze e vissuti personali a logiche di compliance e di sviluppo del sé.
In secondo luogo, una seconda pista è rintracciabile nella parola. Nelle prassi dialogiche e di ascolto che pretendono ridurre i vissuti personali a gruppi di esperienze seriali classificabili in virtù dell’empatia. In questo senso la pista della parola necessità di approfondire l’esperienza del dialogo, superando la soglia empatica a favore di una comprensione in grado di restituire alla persona in stato di vulnerabilità la consapevolezza del proprio potere. In altri termini si tratta di agire relazioni professionali significative, attraverso il dialogo, per sostenere e consolidare fragili autostime e deboli giudizi di valore sulle proprie capacità. È infatti a partire dalla pista della parola che prende vita una terza pista. Quella del coinvolgimento e dell’attività. Sulla base del dialogo tra persone è, infatti, recuperabile il piano dell’azione del sé e il rafforzamento dell’incertezza identitaria davanti alla prospettiva di un rinnovato progetto di vita.
Vi è infine un’ultima questione connaturale al bisogno di sicurezza-rassicurazione che non va sottovalutata e ha a che vedere, a mio avviso, con alcune forme di controllo sociale, che paradossalmente diventano forme di garanzia della libertà del cittadino.
A tal proposito urge, nelle prassi quotidiane che coinvolgono l’agire professionale e le singole pianificazioni e/o progettazioni, il recupero di una “zona di lavoro riflessivo” assimilabile al “pensatoio” che tanti di noi educatori annoverano tra gli strumenti di lavoro.
Credo infatti, possa essere utile recuperare il senso della prassi quotidiana, distinguendo in essa, le espressioni che rappresentano l’esercizio della libertà dell’altro da quelle che, invece, garantiscono l’ancoraggio dell’altro a pratiche di libertà vigilata.
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6/3/2008 10:28 PM
 
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Un primo contributo al dibattito
Ricevo e pubblico nel forum la prima riflessione che è pervenuta al Centro Studi da parte di Tiziana Monticone, educatrice piemontese socia anep. Spero che ne arrivino molti, molti altri...

SICUREZZA, RUOLI IDENTITARI E PROGETTAZIONE DIALOGICA

In questo periodo se si accende la televisione o se si legge un quotidiano, come un tormentone compare la parola “sicurezza”. Tutti l’acclamano, tutti la chiedono a gran voce, tutti la pretendono, tutti la desiderano e la sognano.

Ma cosa significa sicurezza? Cosa significa per me, educatore professionale, lavorare per la sicurezza sociale? Cosa significa per me, donna-lavoratrice, richiedere sicurezza? Cosa significa per me, mamma, desiderare sicurezza per i miei figli?

Si fanno strada, nel momento in cui il nostro “io “ riveste ruoli identitari differenti sensi e significati diversi, tutti racchiusi nello stesso concetto di “sicurezza sociale”.

Come educatore professionale lavorare per la sicurezza sociale significa tessere relazioni con l’altro e con i territori in cui si opera, per costruire un “mondo possibile”, cioè un servizio capace di rispondere ai bisogni ed ai desideri delle persone; come donna-lavoratrice richiedere sicurezza significa esigere un posto di lavoro “sicuro”, cioè un reddito dignitoso, un contratto a tempo indeterminato, una struttura a norma, la ricerca di un costante equilibrio per la conciliazione del tempo-lavoro e del tempo-familiare; come mamma, esigere “sicurezza” per i propri figli significa desiderare di vivere in un quartiere dove si possa “stare al sicuro”, dove i bambini possano ritornare a giocare in strada, ad andare a scuola da soli facendo “solo” attenzione ad attraversare la strada sulle strisce pedonali e/o allo scattare del semaforo verde.

Nel momento in cui si riveste un ruolo piuttosto che un altro prevale un senso, un significato e rimangono sullo sfondo gli altri. Ne conseguono altresì assunzioni di responsabilità molto diverse: prendersi cura dell’Altro e del territorio, prendersi cura del proprio Sé lavorativo-professionale, prendersi cura dei propri figli, della loro incolumità.

Ma che cosa accomuna le tre visioni, le tre rappresentazioni? E come far dialogare queste “mappe” con le mappe cognitive ed emotive degli altri? (Siano essi utenti-clienti, cittadini, responsabili, amministratori, figli, vicini)?

Tutte le “visioni” sembrano accomunate dal desiderio di protezione, dal desiderio di garanzie per sé e per gli altri.
E chi può dare queste garanzie? E’ giusto che qualcuno (i carabinieri, la polizia, i Servizi) diano sicurezza o è corretto pensare che la sicurezza vada costruita dai diversi attori sociali ognuno rivestendo l’abito del proprio ruolo personale e professionale?
Perché devo pensare di “fare pulizia” etnica per risolvere tutti i problemi di sicurezza? Siamo sicuri che eliminando il diverso da noi (lo straniero, il rom, il tossicodipendente) si costruiscano città e quartieri più sicuri?

Quando una mamma, un papà chiedono sicurezza ai Servizi, a cosa fanno riferimento? Quali le loro idee implicite? Quali le proiezioni dell’operatore sociale sulla loro richiesta? Come può dialogare l’idea di sicurezza del professionista con l’idea di chi ci sta di fronte?
Solo attraverso lo sforzo di costruire un significato “sufficientemente condiviso” del concetto di sicurezza sociale si possono tentare delle soluzioni, cioè delle risposte, almeno parziali, al problema della sicurezza nell’ottica della gestione comune del fenomeno e non nell’ottica della pretesa della risposta pre-definita da altri (“devi darmi sicurezza”) o della pretesa della ricerca maieutica della soluzione a tutti i costi (“devi cercarti la sicurezza attraverso i tuoi mezzi, le tue risorse”).

Solo ripartendo dal “basso” e dal quotidiano e tenendo insieme il micro ed il macro, il singolo ed il collettivo, il contesto locale ed il fenomeno nella sua globalità, si può riconsiderare il tema della sicurezza nella sua complessità e non come mero controllo sociale. Per accogliere questa sfida la metodologia della progettazione dialogica può rappresentare la via strategica per raggiungere lo scopo: “la progettazione come processo volto a costruire significati condivisi e co-costruiti attiva un processo in cui tutti diventano attori attivi della progettualità; questi sin dall’inizio partecipano a tutte le parti del progetto: dalla definizione di ciò che costituisce la situazione-problema alla messa a punto delle strategie per risolverlo o per trovare un modo comune per gestirlo, dall’applicazione delle decisioni alla valutazione dei risultati ottenuti” (D’Angella F., Orsenigo A., “La progettazione sociale”, pp. 64-65).

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5/22/2008 12:00 AM
 
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LA DOMANDA DI SICUREZZA PUO' NON INVESTIRE I SERVIZI?
Nella home page del sito è pubblicato l'invito di Animazione sociale a partecipare ad una discussione pubblica sull'articolo di Franca Olivetti Manoukian sul tema della sicurezza e del ruolo dei servizi pubblici. Antipo qui l'introduzione:
"Oggi i servizi non possono banalizzare la domanda di sicurezza che sale dai territori e rischia di
trasformare i problemi sociali in problemi di ordine pubblico. Non possono ignorare i rischi di
discorsi che invocano «sicurezza pubblica» (più forze dell’ordine)
e relegano nell’insignificanza la «sicurezza sociale» (assicurata dai servizi). È cruciale che i servizi
accolgano il disagio collegato alla percezione di insicurezza dilagante e contagiosa, tentino
di offrirne letture meno semplificate di quelle circolanti, indichino strade un po’ più promettenti
di quelle che paiono riscuotere unanimi consensi."
Scrivi qui i tuoi commenti e/o inviali ad animazione sociale, seguendo le indicazioni contenute nella home page del sito.

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5/20/2008 4:17 PM
 
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Il clima di intolleranza che si sta creando è una sfida per gli educatori...
In questi ultimi mesi stiamo assistendo un po' attoniti, un po' impotenti a un aumento della violenza, dell'intolleranza, di episodi di spregio dei diritti della vita umana e del rispetto delle persone.
Sta ovvero, accadendo esattamente il contrario di quelli che sono i principi ispiratori di chi pratica l'educazione sociale: principi e valori che pongono al centro della nostra pratica professionale la solidarietà, la tolleranza e il rispetto dei diritti delle persone di qualsiasi sesso, religione, provenienza, etnia.
Quello che sta accadendo è una sfida per chi pratica questi valori e li ha trasformati in impegno professionale, di chi per natura e mission della sua professione sta accanto agli emarginati, agli ultimi, ai diversi per abbassare le barriere che si frappongono fra loro e le opportunità che la società e la vita offre loro.
Sono sconvolta da questi fenomeni che nulla hanno a che fare con la realtà quotidiana: episodi di xenofobia e di violenza stanno dilangando (per lo meno, sembra attravesro i media) anche in luoghi dove non ci sono emergenze sociali conclamati e dove la tolleranza e convivenza è sempre stata possibile, anche se con momenti di criticità e di tensione. Perchè sta accadendo questo, e cosa possiamo e dobbiamo fare come educatori? Credo che affermare questi valori in questo momento non sia una cosa da poco e mostrare che l'intolleranza e la violenza generano intolleranza e violenza sia un nostro compito... Abbiamo una responsabilità sociale come educatori che spesso è poco praticata, perchè l'educatore lavora più nel micro, nelle relazioni con le persone più che nelle attività pubbliche. Ma credo che questo clima sia anche figlio di un abbandono da parte di chi ha compiti educativi, dello spazio che sta al di fuori dei contesti "canonici" dell'educazione. Lo spazio dell'educazione sociale se non c'è o viene relegato ad ambiti ristretti, si vede subito. E recuperare quello spazio perduto e lasciarlo in mano alla "giungla" delle individualità e dell'intolleranza reciproca, non ci porta da nessuna parte. O meglio, ci porta da qualche parte in cui nessuno di noi vuole (più) vivere.
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5/9/2008 12:11 PM
 
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Ho visto la discussione aperta sul tema della prevenzione e visto che sono dodici anni che lavoro proprio nella prevenzione, mi sento di dire la mia.
I fatti di Verona ci devono far riflettere ma in realtà è da molto che sulla prevenzione si possono aprire delle riflessioni.
Fino a un pò di anni fà si diceva e si faceva della prevenzione un elemento fondamentale, tant'è che anche nella mia formazione è stato dato un peso significativo a questo tema e su questo mi è stato chiesto di investire (tutte le istituzioni sostenevano l'importanza della prevenzione). Purtroppo però negli ultimi anni si è preferito tagliare sulla prevenzione perchè non si poteva farlo sulle urgenze e necessarie questioni legate alla tutela minori o altre situazioni che obbligano lo stato ad intervenire, quindi è parso ovvio naturale e giusto in fase di tagli andare su quelle aree "superflue" o comunque considerate un lusso che non ci si può più permettere come appunto la prevenzione, sconfermando quanto si diceva fino a qualche anno fà.
Nel forum si diceva che la prevenzione se non si fà si vede, purtroppo non vale per il contrario e quindi se si fà non si vede, questo per una difficoltà a raccontare da parte degli operatori della prevenzione ma anche perchè se io prevengo cerco di ottenere che un certo fenomeno non si verifichi e quindi rimane tutto normale e non c'è niente di ecclatante. Siamo alla seconda legislazione dove finalmente è presente un ministro delle politiche giovanili ma in entrambi i casi sono ministri senza portafoglio e la politica che in entrambi i casi è quella di supportare finanziariamente quei giovani che si sanno organizzare ma che non hanno soldi per realizzare iniziative (dall'associazionismo al creare una famiglia) ma lavorare sulla prevenzione significa intervenire il prima possibile sulle difficoltà e quindi abbassare l'età su cui si interviene dai 20-25-30 anni ai 11-20 anni, è in questo periodo che si ha ancora la possibilità di intervenire per supportare non tanto i ragazzi a recuperare fondi ma a sapersi organizzare. A livello politico non credo si volglia più investire in questa direzione. Sul discorso tagli è questione di necessità di non tagliare o meglio nel nostro campo non possiamo pensare di pensare dove conviene tagliare, a chi dare la priorità, in questo modo si innescano guerre tra poveri, lo stato in questo campo più che tagliare dovrebbe investire.
Un saluto.
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5/9/2008 12:36 AM
 
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C'è qualcosa su cui la nostra professione può e deve riflettere ed affermare?
Gli episodi di questi giorni - soprattutto l'omicidio del ragazzo di Verona, ucciso per niente... - collegati alle quotidiane notizie di intolleranze, violenze di cui sono protagonisti o vittime i giovani credo che debbano stimolare qualche riflessione più approfondita da parte di chi, come noi, lavora nel campo della prevenzione e dell'educazione sociale.

Ad un dibattito all'Infedele, il 7 maggio su LA7, Massimo Cacciari Sindaco di Venezia ha fatto delle affermazioni importanti, che mi hanno colpito. Lui afferma che la PERCEZIONE di un aumento della violenza è un fatto che non possiamo trascurare, anche se i dati ISTAT sono più tranquillizzanti e anche se la violenza è endemica nelle società. Quello che può fare la politica e l'educazione è agire sul sistema nel suo insieme, non solo colpire singoli episodi, bisogna capire e porre rimedi a livello di sistema, senza cavalcare singoli episodi che se generalizzati portano a paure, intolleranze, timori verso chi è diverso dalla nostra ristretta cerchia familiare e amicale. Solo in questo modo la percezione può essere modificata e le questioni possono essere trattate per quello che sono, e porvi rimedio.

Sono temi importanti, su cui noi dobbiamo dire la nostra e fare delle affermazioni. Per esempio che se la prevenzione non c'è, si vede. Quando mancano politiche di prevenzione (e quindi di sistema), di contenimento delle derive e delle marginalità, si lascia spazio all'individualismo, al fai da te, al vuoto... Quanto i tagli al sociale, la mancanza di investimento su politiche di sistema stanno incidendo sulla nostra società?

Cosa ne pensate?
Paola Scarpa
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